Hi,
a new review for last Ignacio's Cd on air on Radiovinilemania in
Italy
http://www.vinilemania.net/vIGNACIOBERROA.htm
Ciao ciao P
courtesy: http://italia.allaboutjazz.com
Codes
Ignacio Berroa | Blue Note Records - distr. Emi Italia
Paolo Curtabbi
Occorre presentare il batterista Ignacio Berroa? Tralasciamo di
elencare gli illustri musicisti che ha affiancato per limitarci a
citare la preziosa presentazione che ne fece Dizzy
Gillespie: "L'unico batterista al mondo, nella storia della musica
americana, che conosca intimamente sia la musica cubana che il
jazz". Dopo essersi quadagnato gran rispetto tra i percussionisti
cubani, a lanciarlo nell'empireo dei sideman più richiesti in ambito
jazzistico fu il suo trasferimento a New York nel 1980 ed un quarto
di secolo trascorso prima di approdare al suo primo progetto
individuale la dice lunga sull'intensità dei suoi impegni e
sull'estrema cura nella preparazione del suo esordio da leader.
Il suo gruppo "Codes" infatti è stato costituito recentemente
chiamando a raccolta esimi musicisti che non necessitano di
presentazione e colpisce innanzitutto perché affianca e alterna
senza rigidi schematismi, due sassofonisti (David Sanchez, Felipe
Lamoglia) due pianisti (Gonzalo Rubalcaba, Ed Simon) due bassisti
(John Patitucci, Armando Golia) oltre a quattro percussionisti.
Mettersi al posto di guida con tali forti personalità non deve
essere stato facile ed il felice risultato raggiunto è dovuto
sicuramente al fatto che Ignacio ha qui esplicato i frutti della sua
lunga esperienza alla luce del suo collaudato concetto di crossover
linguistico. Dizzy aveva ragione, il personalissimo gusto afrocubano
che Ignacio ha del jazz gli consente di scambiare, per così dire, i
codici stilistici: il repentino passaggio dal jazz a forme
tipicamente afrocubane e viceversa, attuato anche più volte
all'interno dello stesso brano, ha un effetto sorprendente,
soprattutto quando è il leader a imboccare un percorso ritmico nuovo
mentre i solisti proseguono il loro e senza che ciò porti ad attriti
o ambiguità di sorta.
Del resto, sebbene il disco presenti un solo brano originale, gli
arrangiamenti degli altri brani, soprattutto quelli jazz, denotano
una scelta impegnativa e non solo pretestuale come a volerci
indicare la volontà di esprimere su di un terreno già ampiamente
noto una particolare versione musicale. Ad esempio, "Matrix" di
Chick Corea allinea tastiere e piano acustico, contrabbasso e basso
elettrico e presenta, dopo la canonica esposizione del tema,
un'inaspettato, leggerissimo e solitario lavoro in punta di
bacchette su charleston e rullante di oltre un minuto, raggiunto poi
dal pianoforte che con inplacabile andamento sincopato apre la
strada ai fiati ai quali segue la ripresa dello sviluppo ritmico,
decisamente latin, sotto l'ostinato di pianoforte con finale
riesposizione del tema.
Ma il miglior esempio di sincretismo stilistico potrebbe
essere "Joao Su Merced", brano originale ove si aggiungono altri tre
percussionisti cubani. Un brano fatto di tante pezze come il vestito
di arlecchino, che esordisce in tipico groove caraibico sulla quale
si snocciola la lunga lista dei musicisti scomparsi che Ignacio
ringrazia ma si sviluppa poi per intermezzi anche funky/soul e senza
cedimenti slitta in un ritmico canto corale Yoruba che lentamente
confluisce nello swing romantico del brano successivo, "La Comparsa"
di Ernesto Lecuona, trattato guarda un po' alla maniera di uno
standard jazz. Una interpretazione che ritroviamo nell'approccio
decisamente souljazz del brasiliano "Partido Alto" e, su un altro
versante, il trattamento di "Inutil Paissagem" di Jobim interpretato
come un bolero.
In un tale labirinto di sonorità non è il caso di categorizzare ciò
che stiamo ascoltando: latin-post-bop jazz?
E' qualcosa di diverso dal latin e dal jazz perché è entrambe le
cose ma in una prospettiva ancora più libera, dove intelligenza e
buon gusto si danno la mano nel farci divertire.